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Corte di Cassazione


Sciolti i dubbi sull'obbligo di depositare i documenti in Cassazione
05-11-2011

Con la sentenza n. 22726 del 27 settembre 2011, depositata il 3 novembre 2011, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno definitivamente (e "finalmente") stabilito che, in caso di impugnazione dinanzi alla Corte di Cassazione delle sentenze delle Commissioni Tributarie Regionali, il ricorrente non è tenuto, a pena di improcedibilità, a depositare, all'atto della costituzione, gli atti processuali ed i documenti sui quali si fonda il proprio ricorso, essendo sufficiente la sola istanza di trasmissione del fascicolo a consentire ai giudici di legittimità di verificare la fondatezza o meno delle doglianze avanzate. Nella sostanza, con tale sentenza i giudici di vertice hanno sancito l'ovvia e ragionevole inapplicabilità al ricorso in Cassazione avverso le sentenze emesse dai giudici tributari dell'art. 369, co. 2, n. 4, cpc, nel testo sostituito dall'art. 7 del d.lgs. n. 40 del 2 marzo 2006, in quanto tale articolo, applicato al processo tributario, imporrebbe l'eccessivo ed ingiustificato onere di produrre (peraltro a pena di improcedibilità) nuovamente documenti ed atti già presenti nel fascicolo del quale si è espressamente richiesta la trasmissione alla segreteria della Corte di Cassazione.



IL FISCO PAGA LE SPESE DI DIFESA IN CASO DI MANCATA AUTOTUTELA
25-10-2011

descrizione



"Revirement" della Cassazione sulla validità del condono in caso di mancato pagamento delle rate successive alla prima
12-10-2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20966, depositata l'11 ottobre 2010, ha stabilito che, in caso di adesione alla forma premiale regolata dall'art. 9 bis, comma 1, della legge n. 289 del 2002, mediante pagamento rateizzato, il mancato versamento di una delle rate successive alla prima comporta il venir meno del condono stesso, in quanto l'art. 9 bis citato, non stabilendo nulla al riguardo, induce a ritenere che tale forma di condono si perfezioni unicamente con l'integrale pagamento del quantum dovuto, peraltro nel rispetto delle singole scadenze previste. In questo modo la Corte di Cassazione si discosta dall'insegnamento che sembrava, al vero, ormai consolidato, secondo il quale "dal sistema della legge 27 dicembre 2002, n. 289... si ricava che ... il pagamento della prima rata è atto sufficiente a determinare la definizione della lite pendente" (ex multis, Cass. n. 22569/2009) Massima a cura dell'Avv. Fabio Falcone, partner dello Studio Legale e Tributario Dominici & Associati



L'accertamento sui soci di società di capitali a ristretta base partecipativa quale ipotesi di litisconsorzio necessario
07-10-2010

Con la sentenza n. 20721 del 6 ottobre 2010 la Corte di Cassazione conferma l'ormai consolidato orientamento secondo il quale, "in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di società di capitali a ristretta base partecipativa, è legittima la presunzione di attribuzione ai soci degli eventuali utili extracontabili accertati, rimanendo salva la facoltà del contribuente di offrire prova del fatto che i maggiori ricavi non siano stati fatti oggetto di distribuzione, per essere stati, invece, accantonati dalla società ovvero da essa reinvestiti". Nel caso di specie si trattava di una società di capitali alla quale l'Amministrazione erariale aveva disconosciuto alcuni costi recati da fatture c.d. "false", ossia, emesse per operazioni "oggettivamente" inesistenti, rinvenute nel corso di un'attività ispettiva condotta dalla Guardia di Finanza. Essendo questo l'insegnamento ormai pacifico della Corte di legittimità, occorre, tuttavia, chiedersi se la presunzione di cui retro presupponga necessariamente un accertamento definitivo, magari anche in virtù di un concordato in adesione, ovvero, se essa possa operare anche nel caso in cui l'accertamento emesso in capo alla società di capitali sia stato contestato e quindi sia oggetto di un separato giudizio. A ben vedere, la prima ipotesi appare di gran lunga più coerente, se non altro in considerazione del fatto che una presunzione, per essere attendibile e ragionevolmente sostenibile, deve fondarsi su un dato, "a monte", certo. Comunque sia, laddove l'Ufficio notifichi contestualmente gli atti di accertamento, rispettivamente, in capo alla società di capitali ed in capo ai soci che la partecipano, magari per evitare di incorrere in possibili decadenze con riferimento alla posizione fiscale dei soci, i giudizi autonomamente instaurati dovranno verosimilmente essere trattati congiuntamente; al vero, può sostenersi l'esistenza di un vero e proprio litisconsorzio necessario, almeno in quei casi in cui i motivi di contestazione avverso l'accertamento emesso in capo alla società coincidano con quelli dedotti per gli accertamenti notificati ai soci (Massima a cura dell'Avv. Fabio Falcone, partner dello Studio Legale e Tributario Dominici & Associati).



Valido l'accertamento bancario sul socio di fatto di una società a ristretta base azionaria (Cass. n. 17387/10)
27-07-2010

Con la sentenza in richiamo la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo l'accertamento bancario effettuato dall'Amministrazione finanziaria sui conti correnti del socio di fatto di una società di capitali a ristretta base azionaria, nonché sui conti dei familiari dello stesso. In particolare, secondo i giudici di vertice il fatto che sui conti correnti di tali soggetti, formalmente privi di occupazione, transitassero ingenti somme di denaro rappresentava (in uno con altri elementi istruttori rinvenuti in sede ispettiva) una presunzione altamente rilevante (ossia, grave, precisa e concordante), tale da rendere apparentemente fondata la pretesa erariale, e quindi legittimare il ribaltamento in capo al ricorrente dell'onere di giustificare l'origine di tali movimentazioni di denaro, onore non assolto nel corso del giudizio (Massima a cura dell'Avv. Fabio Falcone, partner dello Studio Legale e Tributario Dominici & Associati).




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